mercoledì 18 luglio 2012

Un nuovo motivo -Cap V (continuo V)-


Quanto tempo che non aggiorno,  più di un mese. Più o meno da quando... più o meno da quel preciso momento lì... Mi mancava molto scrivere.
Mi piace tornare a parlare degli amici, del loro rapporto, di Luna. 
Forse la Luna che sto descrivendo si allontana via via da quella che conoscevo. Forse è una Luna che esiste solo nella mia testa, o in fondo a un pozzo.
Però mi piace tantissimo. Quasi quasi me ne sto innamorando.
Comunque il prossimo aggiornamento finirò il capitolo e tornerà Stefano.
Buonanotte.

Una nuova ragione -Cap V- (parte V)

Stettero tutti e tre ad osservare il loro amico, il suo amore, dormire aspettando che balzasse in piedi da un momento all'altro, e strappandosi la flebo dal braccio urlasse “Non è stato niente, tranquilli, lo sapete che faccio sempre tardi. Dai andiamo a farci un giro e a fare un po' di casino, dobbiamo recupare”. Forse mentre ripensavano alle loro vite, per un secondo, uno solo, ci credettero davvero; poi Antonello ruppe il silenzio, non ce la faceva a stare troppo tempo senza parlare, ne aveva bisogno per allontanare il vuoto del silenzio, l'onda dei pensieri che lo avrebbe travolto, ed in più sentiva davvero l'esigenza di riempiere il vuoto di quell'anno passato senza rinunciare ad aspettare.
Luna ma... in quest'anno non si è mai fatto sentire? Nemmeno un messaggio?”
No, quando se n'è andato ha lasciato tutto a casa. Cellulare, pc, nintendo, tutto. Ha preso solo il portafogli. Conoscendolo credo che anche se avesse voluto chiamarmi non ci sarebbe riuscito, non riusciva ad imparare i numeri a memoria, non sapeva nemmeno il suo. Quando qualcuno glielo chiedeva ero io a dirglielo. Senza guardare la rubrica non sapeva chiamare nemmeno i carabinieri.”
A quelle parole, la miscela di frustrazione, impotenza e malinconia che provava per il suo amico inerte, esplosero “Ma porca miseria! Quello si perdeva pure a San Lorenzo, come cavolo ha fatto a scomparire per un anno? Sta qui ed è come se non ci fosse! Mi fa scapocciare, è troppo!”.
Gli rispose il Bianco, ancora con la testa bassa, la voce flebile “Zì, guarda che se uno si vuole perdere non conta tanto se abbia senso dell'orientamento oppure no...”, detto questo tornò a guardare il letto come paralizzato; a volte la spiccata sensibilità del Bianco riusciva a sopperire in modo così semplice e geniale la mancanza di cultura che aveva per non aver mai completato le scuole superiori (naturalmente liceo artistico).
Luna si avvicinò ad Antonello, si sfiorarono leggermente
 col corpo per annullare le distanze “Credo che Lorenzo abbia ragione, ma dopo tutto pare che un indizio, volente o nolente, ce l'abbia lasciato...”. Detto questo tirò fuori dalla borsa neri coi teschi un biglietto accartocciato che le aveva dato l'infermiera che badava a Stefano prima di uscire dalla stanza.
Era grande più o meno quattro centimentri per tre, di una carta fine e mezza grigia, probabilmente riciclata, gli angoli tagliati malamente con le forbici.
Lo spiegò e lei ed Antonello lessero assieme 'Gianni, manufatterie e gioielli fatti a mano. Antincaglie, svuotamento cantine e robivecchi', sotto il disegno di un diadema e di un furgone evidentemente fatti a mano e poi fotocopiati. Non c'era il numero di telefono, solo un indirizzo: Via di campo verde (II e IV venerdì del mese), Roccacencia (Rm).
Si scambiarono uno sguardo perplesso, nessuno dei due aveva la benchè minima idea di cosa volesse dire.
Luna teneva l'insolito 'biglietto da visita' stretto tra l'indice e il pollice, nessuno dei due sapeva bene cosa dire.
Il Bianco mormorò qualcosa “... è importante...”.
I due si girarono insieme verso di lui, ma non alzò gli occhi dal letto, si limitò a ripetere la frase più chiaramente “Se aveva solo questo con sé, vuol dire che è importante. Forse è una persona che ha incontrato, una persona importante a parte noi. La dovreste cercare, credo. Di sicuro potrà dirvi qualcosa in più di quello che già sappiamo. Io lo so do'vè quel posto...”
Antonello strabuzzò gli occhi e si toccò i rasta nervoso “Scusa, e tu come fai a saperlo?”
Semplice, sono andato a farci soft-air qualche mese fa. Il paese è piccolo, saranno duecento persone, non so nemmeno se sia segnato su tutte le mappe. A sud ci sono i campi, ma a nord inizia la montagna ed è pieno di posti fichi per fare le battaglie, o una bella escursione se vi va. Comunque in paese non ci siamo fermati per niente, ci siamo passati solo con la macchina. Non è lontano da Roma, un'oretta se sai che strada prendere. Noi ci abbiamo messo di più perché ad un certo punto le indicazioni finiscono e ci siamo messi a domandare ai contadini"
Il viso di Luna si accese di una speranza violenta, scattò verso il Bianco e lo afferrò per il colletto della maglietta “Dimmi subito come cazzo ci si arriva Lorè. Voglio partire adesso!”
Lui era un ragazzo grande, forte ed in sovrappeso, ma aveva un carattere morbido; quando lei per poco non riuscì a tirarlo su si mise quasi a piangere “Si si oh te lo dico, stai calma. Ma come conti di arrivarci? Senza macchina è impossibile. La mia è dal meccanico e tu e Antonello non ce l'avete. Gli autobus naturalmente non ci passano, troppe poche persone”.
Luna mollò la maglietta del Bianco e si aggrappò con forza a quella dell'altro amico “Mi presti il tuo motorino. Non è una domanda, lo fai e basta. Se c'è riuscito lui ad arrivarci posso farlo pure io”
Oh, oh un attimo, 'spetta, mi devo organizzare! A lavoro come ci vado? E poi chi ti dice che ci sia arrivato in Vespa? Dammi qualche giorno...”
Non ce l'ho qualche giorno, cazzo! Dammi subito le chiavi del motorino!”
Ah Lù vabbè, va bene, però aspetta un attimo... non me menà,  devo vedere come fare...”
Se volete la macchina la metto volentieri io...”
La porta della stanza era aperta, da chissà quanto tempo, appoggiato allo stipite della porta in una posa fra il sofferente e la recita c'era un uomo alto e brizzolato con un pigiama ospedaliero indosso, una garza impregnata di sangue sulla mano.
E tu chi cazzo sei?” disse il Bianco, che era anche dolce, ma sempre il muratore faceva nella vita.
Gli rispose Luna con gli occhi pieni di rabbia“Questo è il bastardo che ha fatto finire Stefano sotto la macchina di quell'altra tossica”. I due amici si mossero assieme stringendosi addosso a Remo “Bene bene, guarda che bella sorpresa... Lo sai che tutta Roma sa già quello che stavi facendo nella tua 'Premiata Ditta'? Sei un uomo finito, anzi sei meno di un uomo, e qui non sei desiderato. Ma se non te ne vuoi andare a noi fa piacere, anzi, chiudi la porta, così ci facciamo un discorsetto a quattrocchi e ti spieghiamo un paio di cose della vita...”
Remo chiuse la porta, ci si appoggiò di schiena ed alzò la testa con fare provocatorio, un attimo prima che gli fossero addosso parlò, lento e con calma, scandendo bene le parole “E' inutile che cercate di fare i bulletti, non lo siete. Ho passato cose che voi nemmeno vi immaginate, e comunque dalla vita sono tornato sempre vivo, anche stavolta. Le conosco bene le persone come voi. I coglioncelli che vorrebbero prendere la vita di petto e dimostrare di essere più forte di lei. Ma tanto non lo siete e lo sapete. Non siete più forti di me. Volete verificare? Sono qui di fronte a voi...”
I due amici si fermarono intimoriti.
E comunque mi spiace davvero per il vostro amico. Ha fatto una cosa che io non avrei mai fatto. Ma non mi sento affatto in colpa come vorreste voi, è stata una sua scelta. Mi ha salvato la vita e gliene sono grato, ma nessuno gli ha chiesto niente. Inoltre non posso tornare in macelleria e vorrei evitare il più possibile di dover parlare con i carabinieri. Non c'è niente che mi trattenga qui, anzi mi sento quasi liberato senza questo dito. Se posso andare via ed al contempo essere utile a quel bravo ragazzo in coma, lo faccio volentieri. E poi non mi pare voi abbiate tanta scelta ora come ora... Oppure a questa matta glielo presti il motorino, eh rastone?”